mercoledì 23 maggio 2007
domenica 13 maggio 2007
La famiglia divina (1)
Zeus è il re. In principio il mondo è stato diviso tra lui e i suoi fratelli, Ade e Poseidone, ma egli è il maggiore e comanda. Nonostante le vivaci proteste, Poseidone accetta i suoi ordini (Il., XV, 211: “Ebbene, d’accordo, per questa volta, malgrado sia adirato, mi piegherò”). Quanto agli altri dei, devono solo obbedire. Era è sua sposa, Atena figlia solo sua, nata dalla sua testa; Apollo e Artemide, Afrodite, Ares, Efesto, sono suoi figli; egli è il padre sovrano. Ma, cosa strana, questa stessa autorità si presenta in Omero senza la benchè minima maestà.
In una certa misura, l’autorità di Zeus consiste nella forza. All’inizio del canto VIII dell’Iliade, quando Zeus vieta agli dei di intervenire nella guerra, minaccia di colpirli e parla di gettarli nell’”oscuro Tartaro”; poi sostiene che, se anche tutti gli dei si appendessero a una catena d’oro e tirassero, non riuscirebbero a trascinare via Zeus dal cielo. Mentre lui potrebbe sollevare in aria la terra, il mare e tutti gli dei messi insieme (VIII, 5-27). Questa prova da baraccone si addice a un saltimbanco più che a un dio supremo.
Ed è soprattutto sorprendente che Zeus debba continuamente richiamare all’ordine la sua famiglia, sempre pronta a disubbidire. Ci sono, nei suoi comportamenti, tratti realistici che sfiorano la commedia. Quella che più teme, come la maggior parte degli uomini, è la moglie, e la sua prima reazione, nel primo canto dell’Iliade, quando Teti chiede il suo aiuto per Achille, è di rispondere: “Ah, brutto affare se tu devi mettermi in contrasto con Era, il giorno in cui verrà a provocarmi con parole ingiuriose! Anche senza motivo quella viene ad attaccare briga con me davanti agli dei immortali, sostenendo che io aiuto i Troiani nei combattimenti!” (518-521). Il bello è che Era, appena appare, sospetta subito qualcosa, protesta, interroga e cede, alla fine, soltanto alle minacce. Occorre che Efesto si dia da fare per placare la scenata familiare e ristabilire il buon umore generale.
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venerdì 4 maggio 2007
Achille, l'eroe prediletto da Omero
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mercoledì 18 aprile 2007
La musica nell'Iliade e nell'Odissea
giovedì 12 aprile 2007
Callino e Omero
Callino interpreta a modo suo motivi dell’Iliade. Egli ammonisce i giovani della sua patria a non abbandonarsi tranquillamente all’ozio come in tempo di pace. La guerra impegna tutto il paese – egli dice – partite dunque contro il nemico. Anche morente il guerriero deve per l’ultima volta vibrare la lancia, poiché è cosa onorevole e splendida combattere contro il nemico, per il proprio paese, per i propri figli e la fedele consorte. E la morte verrà quando le dee del fato la prepareranno filando … Non è concesso all’uomo evitare la morte, neppure se discenda da progenitori immortali. Spesso qualcuno si sottrae al combattimento e ritorna a casa, e a casa lo coglie la morte. E costui non avrà onore.
La principale ragione per cui si raccomanda qui di combattere per il proprio paese, dunque per un vantaggio pià ampio del vantaggio personale, è che, in tal modo, anche la propria famiglia viene difesa dai nemici. Questo naturalmente è un motivo omerico, ma in certi particolari Callino va più in là di Omero. Ettore dice ai Troiani nella battaglia (Il. XV 494 sgg.): “Ora combattete tutti contro le navi dei Greci. Chi è colpito e cade, dovrà morire. Non è una cosa indegna per lui morire difendendo la patria. Ma la sua donna e i suoi figli avranno sicurezza per il futuro, e così la casa e i beni, quando i Greci saranno ritornati in patria”. Ettore dice: “non è cosa indegna difendere la propria patria”, e Callino: “è una cosa gloriosa e splendida combattere per la propria patria”. Al posto della parola “difendere” abbiamo qui la parola “combattere”, e il valore della lotta viene soltanto qui degnamente riconosciuto …
Inoltre Callino raccomanda l’eroismo in nome della gloria e del timore della vergogna; in ciò Callino segue Omero. Egli ci porta però altre ragioni, similmente derivate da motivi dell’Iliade. “La morte viene quando il destino lo vuole. Spesso uno è sfuggito alla battaglia ed è poi morto a casa”. Ciò si riconnette a quanto dice Ettore in una situazione però del tutto diversa. Quando Ettore prende congedo da Andromaca prima di partire per la battaglia dice (Il. VI 486): “Non rattristarti troppo il cuore: nessuno mi farà scendere all’Ade contro la volontà del fato (al di là del fato). Poiché nessuno, vile o pauroso che fosse, è mai sfuggito, dappoichè nacque, al proprio destino”. È tutt’altra cosa se uno dice “bisogna pur morire una volta”, come dice Ettore pensando al combattimento in cui troverà la morte, o se ci si richiama a questa legge della vita per esortare un altro all’eroismo.
B. SNELL, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, trad. V. Degli Alberti, Torino, Einaudi, 1951
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martedì 10 aprile 2007
La questione omerica (Salvatore L.)
Alla base della questione omerica ci sono due teorie:
- la teoria separatista: Omero non è esistito e i due poemi sono un insieme di canti uniti da più poeti–cantori.
Ultimamente però è nata una nuova teoria chiamata teoria neo-analista: Omero è esistito e unisce una serie di canti formando i due poemi.
IN EPOCA ANTICA
Ma due grammatici alessandrini – Senone ed Ellanico – formularono una nuova ipotesi e cioè che Omero avesse scritto solo l’Iliade.
Nel I d. C. il trattato anonimo del Sublime attribuì l’Iliade ad un Omero più giovane e l’Odissea ad un Omero più vecchio.
IN EPOCA MODERNA
Nel 1715 il francese D’aubignac sostiene che l’Iliade e l’Odissea sono una raccolta di canti composti da vari poeti e Omero è un personaggio inventato
Gian Battista Vico scrive la Scienza Nuova nel 1725 e dedica il terzo libro alla questione omerica: “La Discoverta del vero Omero”. Trova che ci sono contrastanti descrizioni nella vita dei Greci rispetto al poema e quindi sostiene che l’Iliade e l’Odissea sono stati scritti da più autori e che Omero è il simbolo della Grecia.
Friedrich Wolf scrive “Introduzione ad Omero” in cui sostiene che i poemi non sono frutto di un solo poeta ma il risultato di tanti canti separati tramandati oralmente e riuniti . Wolf diventa il padre della dottrina analitica
martedì 3 aprile 2007
Contenuto dell'Iliade
L'Iliade è un lungo poema di 15696 versi. Il titolo (Iliàs) vorrebbe dire "vicenda d'Ilio"; e farebbe pensare a un racconto completo della guerra di Troia, dall'inizio di essa alla caduta della città. Invece, l'Iliade comincia col decimo anno della guerra; racconta un episodio solo della guerra: l'ira di Achille. Nella protasi del poema, Omero invoca la Musa perché canti l’ira funesta di Achille, che cagionò dolori infiniti agli Achei e gettò tanti eroi nell’Ade, da quando vennero a contesa l’Atride Agamennone, capo della spedizione, e Achille, l’eroe più valoroso. Il poema non finisce con la presa di Troia, nemmeno con la morte di Achille; ma con la fine dell’ira e con le conseguenze del ritorno dell’eroe alla battaglia: cioè con la morte di Ettore, il più forte eroe troiano, i giuochi funebri in onore di Patroclo, l’amico prediletto di Achille, la restituzione del cadavere di Ettore al padre, e i funerali dell’eroe troiano. Poiché con la morte di Ettore il destino di Troia è segnato.
L’Iliade è, dunque, veramente un’Iliade, e, insieme, un’Achilleide (un racconto e una celebrazione delle geste dell’eroe Achille): cioè, un’Achilleide legata indissolubilmente a un’Iliade, un episodio che non fa mai perder di vista l’insieme. Nell’aver saputo legare le parti in un tutto, contemperando opportunamente unità e varietà, è un’architettura sapiente, che rivela l’arte raffinata del poeta. Con questo, non si nega, naturalmente, che alcuni canti o parti di canti, specialmente quando si riferiscono non ad Achille, ma alla guerra, possano essere stati più antichi di Omero, e soltanto leggermente rielaborati da lui, o, invece, aggiunti posteriormente.
Comunque, l’Iliade quale noi l’abbiamo ha una sua unità intima e profonda. E Achille è il vero protagonista. Assente durante la maggior parte del poema, egli è sempre presente allo spirito del poeta, e finisce per impressionare, con la sua lontananza, l’animo del lettore assai più che se fosse sempre nella mischia.
Gennaro Perrotta, Disegno storico della letteratura greca
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venerdì 30 marzo 2007
Il giudizio di Paride (Alessia M.)
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domenica 25 marzo 2007
La questione omerica (Pierpaolo C.)
Non si sa esattamente chi abbia scritto l’Iliade e l’Odissea. Si pensa sia stato Omero. Le teorie e le ipotesi che tentano di dare una spiegazione a questo problema costituiscono la cosiddetta Questione Omerica.
Le ipotesi si possono dividere in tre gruppi:
TRADIZIONALISTA (unitaria): i poemi sono stati composti da un unico autore (Omero). Il primo (Iliade) scritto in età giovanile ed il secondo (Odissea) scritto in età posteriore, quando era divenuto cieco).
ANTITRADIZIONALISTA (separatista o analista): i poemi sono frutto di un lavoro di accostamento di più canti separati, ad opera di diversi cantori, messi insieme.
NEOANALISTA: Omero utilizzò e combinò tutti i canti che venivano tramandati a voce.
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Ecco un elenco dei maggiori esponenti di ognuna delle tre teorie:
III-II sec. a.C.
I grammatici alessandrini (e soprattutto Aristarco) attribuirono l’opera ad Omero e la divisero in 24 parti.
III-II sec. a.C.
Due grammatici alessandrini, Senone ed Ellenico, dissero che Omero scrisse solo l’ Iliade.
I sec. d.C.
Trattato del Sublime – Anonimo (?)
Attribuì l’ Iliade ad un Omero giovane e l’ Odissea ad un Omero più vecchio e maturo.
1715
Abate D’Aubignac
Disse che l’Iliade e l’Odissea furono stati composti da vari autori e che Omero è solo un personaggio inventato.
XVIII secolo
Giambattista Vico: “La discoverta del vero Omero”
Afferma che Omero non esiste e che l’ Iliade e l’ Odissea sono opere collettive (scritte da più autori).
1795
Friderick August Wolf
Scrive un’Introduzione ad Omero sostenendo che i Poemi sono frutto dell’ unione di più canti separati e tramandati oralmente. Pone le basi scientifiche per una dottrina analitica dello studio dei Poemi.
PIERPAOLO C.
giovedì 22 marzo 2007
Il giudizio di Paride (Luna K.)
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sabato 17 marzo 2007
Monti risponde a Foscolo
gran traduttor dei traduttor d’Omero.
Sì falso che cangiò fino se stesso
Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto;
Guarda la borsa se ti vien dappresso"
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domenica 11 marzo 2007
Ugo Foscolo e Vincenzo Monti
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sabato 10 marzo 2007
I poemi omerici: tra storia e leggenda (Luna K.)
Si delineò così, fino al IX secolo a.C., una situazione di regressione culturale e di generale imbarbarimento, identificata dagli storici come “Medioevo Ellenico”, caratterizzato dai cosiddetti “Secoli bui”. La scrittura, la lineare B, fu dimenticata ed abbandonata, le comunicazioni, commerciali e non, si interruppero e la popolazione tornò a raggrupparsi in piccoli villaggi arcaici.
Sono l’Iliade e l’Odissea a fornirci informazioni sulla vita, sulla società, nonché sugli avvenimenti che si susseguirono rispettivamente in epoca precedente e durante il Medioevo Ellenico.
I due poemi omerici, infatti, anche se trascritti intorno al 750 a.C, sono il risultato di racconti tramandati oralmente di generazione in generazione e narrati dagli aedi, tra fasti e banchetti, come celebrazioni di gesta ancora più antiche.
Agamennone è personaggio testimone emblematico della forma monarchica di governo. Il suo potere è quello di un “primo fra pari” e non sempre i suoi ordini sono tacitamente accettati.
Il desiderio tipico dell’eroe di esaltare le proprie virtù, nel tentativo di raggiungere la fama, kléos, la quale consente di essere ricordati nel tempo, emerge attraverso la figura del valoroso e divino Achille.
Il modello etico di riferimento è caratterizzato con determinazione e non lascia spazio a dubbie interpretazioni. Coloro i quali non mostravano qualità, coraggio sul campo di battaglia, lealtà, devozione agli dei, amore e rispetto per la famiglia erano considerati al pari dei traditori e su di essi ricadeva l’infamia della vergogna (civiltà della vergogna).
La frammentazione del potere e la perdita di rilevanza della figura del re, elementi tipici del Medioevo Ellenico, trovano spazio, invece, tra i versi dell’Odissea, in cui si avverte l’eco della raffigurazione di una forma oligarchica di governo.
Le peripezie di Ulisse ci permettono di apprendere che i Greci, dopo il crollo della civiltà micenea, vivevano in comunità di villaggio, gli oikoi, rette dai basileis, capi delle famiglie più in vista. Questi erano aiutati e controllati da un consiglio di nobili anziani, mentre il popolo disponeva di un assemblea per discutere questioni di interesse generale e per valutare l’operato dei propri capi.
L’Iliade e l’Odissea, così, sospesi tra storia e leggenda, costituiscono un patrimonio documentario divenuto indispensabile per ricostruire un periodo che altrimenti sarebbe rimasto senza identità.
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venerdì 9 marzo 2007
Iliade, libro I, vv. 1-7

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l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio si adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
Sing, O goddess, the anger of Achilles son of Peleus, that brought countless ills upon the Achaeans. Many a brave soul did it send hurryingdown to Hades, and many a hero did it yield a prey to dogs and vultures, for so were the counsels of Jove fulfilled from the day on which theson of Atreus, king of men, and great Achilles, first fell out withone another.
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