Eneide, libro IV: Didone e la sorella Anna
1 At regina gravi iamdudum saucia cura
2 volnus alit venis, et caeco carpitur igni.
3 Multa viri virtus animo, multusque recursat
4 gentis honos: haerent infixi pectore voltus
5 verbaque, nec placidam membris dat cura quietem.
6 Postera Phoebea lustrabat lampade terras,
7 umentemque Aurora polo dimoverat umbram,
8 cum sic unanimam adloquitur male sana sororem:
9 `Anna soror, quae me suspensam insomnia terrent!
10 Quis novus hic nostris successit sedibus hospes,
11 quem sese ore ferens, quam forti pectore et armis!
12 Credo equidem, nec vana fides, genus esse deorum.
13 Degeneres animos timor arguit: heu, quibus ille
14 iactatus fatis! Quae bella exhausta canebat!
15 Si mihi non animo fixum immotumque sederet,
16 ne cui me vinclo vellem sociare iugali,
17 postquam primus amor deceptam morte fefellit;
18 si non pertaesum thalami taedaeque fuisset,
19 huic uni forsan potui succumbere culpae.
20 Anna, fatebor enim, miseri post fata Sychaei
21 coniugis et sparsos fraterna caede Penatis,
22 solus hic inflexit sensus, animumque labantem
23 impulit: adgnosco veteris vestigia flammae.
24 Sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscat,
25 vel Pater omnipotens adigat me fulmine ad umbras,
26 pallentis umbras Erebi noctemque profundam,
27 ante, Pudor, quam te violo, aut tua iura resolvo.
28 Ille meos, primus qui me sibi iunxit, amores
29 abstulit; ille habeat secum servetque sepulchro.'
30 Sic effata sinum lacrimis implevit obortis.
31 Anna refert: `O luce magis dilecta sorori,
32 solane perpetua maerens carpere iuventa,
33 nec dulcis natos, Veneris nec praemia noris?
34 Id cinerem aut Manis credis curare sepultos?
35 Esto: aegram nulli quondam flexere mariti,
36 non Libyae, non ante Tyro; despectus Iarbas
37 ductoresque alii, quos Africa terra triumphis
38 dives alit: placitone etiam pugnabis amori?
39 Nec venit in mentem, quorum consederis arvis?
40 Hinc Gaetulae urbes, genus insuperabile bello,
41 et Numidae infreni cingunt et inhospita Syrtis;
42 hinc deserta siti regio, lateque furentes
43 Barcaei. Quid bella Tyro surgentia dicam,
44 germanique minas?
45 Dis equidem auspicibus reor et Iunone secunda
46 hunc cursum Iliacas vento tenuisse carinas.
47 Quam tu urbem, soror, hanc cernes, quae surgere regna
48 coniugio tali! Teucrum comitantibus armis
49 Punica se quantis attollet gloria rebus!
50 Tu modo posce deos veniam, sacrisque litatis
51 indulge hospitio, causasque innecte morandi,
52 dum pelago desaevit hiemps et aquosus Orion,
53 quassataeque rates, dum non tractabile caelum.'
Ma già la regina, tormentata da un profondo affanno,
nutre una ferita nelle vene, e un cieco fuoco la divora.
Il grande valore dell’eroe, la grande gloria della stirpe
le ritornano in mente: non dileguano, impressi nel cuore, il volto
e le parole; l’affanno non concede alle membra la placida quiete.
L’Aurora seguente illuminava le terre con la luce
Febea e aveva allontanato dal cielo l’umida ombra,
quando, già perturbata, parla alla concorde sorella:
“Anna, sorella, che sogni mi tengono sospesa e m’angosciano!
Che ospite straordinario è entrato nel nostro palazo,
quale mostrandosi in volto! Che forza nel cuore e nell’armi!
Credo davvero che sia – non è fede illusoria –
Di stirpe divina. Il timore accusa gli animi ignobili.
Quali fati lo hanno agitato! Che guerre sofferte narrava!
Se non fosse decisione irremovibile e fissa nel cuore
Di non volermi unire a nessuno con vincolo coniugale,
dopo che il primo amore m’ingannò e m’illuse con la morte,
se non avessi in odio il talamo e le fiaccole nuziali,
forse per questo solo potrei soccombere al peccato.
Anna, lo confesso, dopo la morte del misero sposo
Sicheo, e la casa insanguinata da fraterna strage,
egli soltanto ha scosso i miei sensi, e m’ha fatto
vacillare l’animo. Riconosco i segni dell’antica fiamma.
Ma voglio che prima la terra mi s’apra in un abisso,
e il padre onnipotente mi spinga con il fulmine tra le ombre,
le ombre del pallido Erebo e la notte profonda,
prima che ti violi, o Pudore, o scolga le tue leggi.
Quello che per primo mi unì a sé, mi rapì l’amore;
egli lo abbia con sé e lo serbi nel sepolcro”.
Detto ciò, riempì la vestedi dirotte lagrime.
Anna risponde: “O più cara della luce alla sorella,
ti consumerai sola e dolente per l’intera giovinezza,
e non conoscerai i dolci figli né i doni di Venere?
Credi che di ciò si curino le ceneri e i Mani sepolti?
Sia, un giorno nessun marito ti pierò affranta,
né in Libia, né prima in Tiro; hai spregiato Iarba
e gli altri capi che nutre l’Africa, terra
ricca di trionfi: resisterai anche a un amore gradito?
Non ti viene in mente nei campi di chi sei stanziata?
Da una parte città getule, stirpe invincibile inguerra,
e sfrenati numidi ti attorniano, e l’inospitale Sirti;
dall’altra una regione desolata dalla sete, e per largo tratto
i furenti barcei. Che dire delle guerre che sorgono da Tiro
e delle minacce del fratello?
Penso davvero che, auspici gli dei e propizia Giunone,
le navi iliache seguirono questa rotta col vento.
Quale vedrai questa città, sorella, e quale regno
Sorgere per tale connubio! Con l’aiuto delle armi dei teucri
Per quali grandi eventi si leverà la punica gloria!
Ma tu invoca il favore degli dei, e compiuti sacrifici,
prolunga l’ospitalità, e intreccia cause d’indugio,
mentre imperversa sul mare l’inverno e il piovoso Orione,
e le navi sono sconnesse, e il cielo è tempestoso”.