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martedì 5 giugno 2007

Lucano: l'elemento soprannaturale

Virgilio è visto come colui che aveva ammantato con un velo di mistificazioni la fine della libertà romana e la trasformazione della res publica in un regime tirannico. Per “sconfessare” Virgilio era necessario mostrare come il potere del principe non avesse i fondamenti divini che nell’Eneide gli venivano attribuiti attraverso la rievocazione di antiche favole mitiche, ma si fondassi invece sulla distruzione violenta delle istituzioni repubblicane; è questo, a ben guardare, il vero motivo della rinuncia all’apparato delle divinità, e dell’andamento di “storia versificata” tanto spesso rimproverati alla Pharsalia. Gli intenti di Lucano richiedevano infatti un mutamento dell’oggetto del poema epico: non la rielaborazione di racconti mitologici, ma la esposizione di una storia recente, ben documentata, ampiamente nota ai lettori; una scelta programmatica di fedeltà alla verità storica.
[…]
L’abolizione dell’apparato divino è in parte compensata, nel poema di Lucano, dalla forte presenza dell’elemento “meraviglioso” o soprannaturale: sogni, visioni, profezie e pratiche magiche. Non diversamente da quella dell’Eneide, la narrazione della Pharsalia si dispone intorno a una serie di profezie, le quali tuttavia rivelano non le glorie future di Roma, ma la rovina che la attende.
Nella sezione finale del libro I, una serie di prodigi e di sconvolgimenti naturali sembra annunciare il divampare delle guerre civili. L’interpretazione dei segni divini è affidata a Nigidio Figulo, l’erudito e astrologo, vicino alla credenze neopitagoriche, che era stato anche un irriducibile oppositore di Cesare. Le parole di Nigidio Figulo ribaltano la profezia sulla futura grandezza di Roma, con la quale il Giove dell’Eneide aveva risposto all’accorata domanda di Venere (I, 244) quem das finem, rex magne, laborum? (“Quale fine, o grande re, tu fissi ai travagli dei Troiani?”). Nigidio Figulo asserisce infatti che non ha senso chiedere agli dèi di porre termine alle sofferenze di una Roma sconvolta dalle guerre civili: la pace che a esser succederà si identificherà con la tirannide del nuovo regime imperiale (Phars., I, 669 s., et superos quid prodest poscere finem? Cum domino pax ista venit: “e a che serve chiedere agli dèi una fine? Codesta pace arriva con un tiranno”).

Citroni - Consolino - Labate - Narducci, Letteratura latina, Laterza

martedì 22 maggio 2007

Lucano e gli dèi

"Non v’è quasi asserzione nella Pharsalia che non sia puntualmente contraddetta in altri passi del poema: gli esempi più cospicui di questa scissione sono nella concezione religiosa, nel sogno del passato, nell’ideale politico. Ci si è vanamente sforzati di rivendicare una sia pur incrinata coerenza nella religiosità di Lucano: ma egli nomina gli dèi prevalentemente per revocarne in dubbio l’esistenza, o per negarla.
Certo gli dèi ricorrono di frequente nel corso del poema, ma solo come elementi automatici dello stile epico, tòpoi svuotati d’ogni pregnanza, quando non siano aggrediti dal rancore dei mortali negletti e perseguitati. Anche chi ipotizza la sostituzione della Fortuna alle tradizionali divinità dell’Olimpo, dà solo un nome solenne a una casualità non ferreamente determinata, che sola muove gli individui e le turbe, i fenomeni naturali e politici; ad essa si sommano, o si alleano, condizionandola, gli interessi, i giudizi, gli affetti degli uomini. Non mancano, nel poema, la demistificazione e la spiegazione razionale di fenomeni apparentemente sovrannaturali: così gli ancili, rapiti dal vento ad altri popoli, e fatti cadere come dono divino ai piedi del re Numa, e poi imbracciati dai sacerdoti Salii (IX, 474-80). Un Lucrezio redivivo avrebbe consentito allo scetticismo di Lucano: né è un caso che esso abbia suscitato a distanza di secoli l’elogio di Voltaire".

Luca Canali